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Giancarlo Pestoni

© Ritratto: Gianluigi Susinno

Giancarlo Pestoni


Il fortino


La valle del Sementina fende i contrafforti del monte come una crepa in una muraglia. Hai attraversato la piana agro-industriale assolata, superi monumentali frammenti di vecchie mura, parcheggi all’ombra del fondovalle. Risali a piedi il sentiero e incroci il binario che conduce alla Cantina Pizzorin. Due altri visitatori lo stanno discendendo, un padre e un bambino: passando, ti fa ciao con la mano. Accedi al fortino, avamposto dell’ultima cinta difensiva che in pieno Ottocento ancora tagliava il piano di Magadino. Ti affacci su un panorama che rievoca un visionario dipinto tardo romantico: una chiesa sul greto del torrente, circondata da acque rumoreggianti; un’altra chiesa arroccata sulla parete di fronte; all’orizzonte la barriera dei castelli di Bellinzona. Appezzamenti verticali di vigna incastonati come smeraldi nel bosco. C’è chi l’ha definita una viticoltura eroica, questa di Giancarlo Pestoni, che a una radicale svolta della propria vita ha investito ogni risorsa sul moderno recupero e restauro di un residuo frammento del primordiale scenario vitivinicolo sopracenerino. L’ottica, egli sostiene, è di ottenere uve di qualità per la produzione di vini di qualità – il Pizzorin, il La Tur, l’Arcada, il Ninfea e il Niveo – a costo del ritorno, o quasi, al duro lavoro di allora. E forse, di questo nuovo genere di eroi postmoderni, il XXI secolo ne ha bisogno ancora. 


Testo di Fabio Guindani




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