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Gio Chiappini
© Ritratto: Gianluigi Susinno

Gio Chiappini


L'occhio dell'architetto

 

Se l’arte del degustatore consiste nel tradurre in parole la materia olfattivo-papillare che assapora, Gio Chiappini guarda allo sviluppo della sua azienda vitivinicola con l’occhio dell’architetto. Con la moglie Michela, porta avanti la sfida iniziata vent’anni fa: un mosaico di piccole parcelle fra Cadenazzo e Brissago che si affacciano sul lago Maggiore, per ricomporsi progressivamente, di tessera in tessera, nelle etichette dei singoli vini.

Machìa, in greco, significa «combattimento» e sarà allora il loro primo vino di battaglia. L’originaria macchia prenderà forma nei colori primari dei tre elementi geometrici che compongono l’etichetta in stile Bauhaus: due riquadri rosso e blu, sovrapposti a un disco giallo. Vale a dire: sulle sponde del lago (blu) rosseggia la vigna (rosso) sotto il sole (giallo) del Ticino (rosso e blu). Alla svolta del 2000, il passaggio dalla viti-vinicoltura amatoriale a quella professionale darà luogo a Zerozero. Come dire (parafrasando Roland Barthes): il grado zero di una nuova linea di vini, o (con Edit Piaf) Je repart à zéro. Nero, sarà contrapposto al nuovo Bianco vinificato nel 2005 e, in felice congiuntura con la festa delle donne (ma non solo), nello stesso anno nasce Ottomarzo. Infine, nel 2006, dai vigneti di Intragna è prodotto il Riserva. Ma all’origine di tutto c’è la firma autografa di nonna Rosina, che intesta la vecchia foto della casa di famiglia per il rosato di Merlot. L’altra nonna si è affacciata al balcone sulla scaletta che conduce al primo vigneto, collegato dal ponte ai restanti appezzamenti. Come scrive Hugo Loetscher in un ricco volume su Bacco nell’arte, l’occhio partecipa all’arte del degustatore se, prima ancora di assaggiare un vino, questi ne scruta la trasparenza e il colore.


Testo di Fabio Guindani




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