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Le Parole


Si possono “leggere” i vini, come si legge la musica che si avvale di una propria scrittura, o piuttosto tradurli, traslitterarli a parole come fanno la critica e la storia dell’arte con l’immagine, o meglio ancora interpretarli, come quando prestiamo nome a una sensazione e ne esprimiamo un giudizio? È quanto tenta di fare questa Guida alla degustazione, che correda una collezione d’eccellenza in forma di Enciclopedia degustativa. Perché ciò sia possibile, occorre condividere un linguaggio e proverò qui a richiamarne alcuni concetti.


Partiamo dai nuovi viticoltori vinificatori. “La novità sono i viticoltori vinificatori”, si era da più parti affermato nel 2006, alla scadenza di cent’anni dal primo impianto del vitigno Merlot in Ticino. Ma come spesso accade, del “nuovo” ci si accorge a distanza di anni. I viticoltori vinificatori celebrano oggi un quarto di secolo di esistenza: essi sono innegabilmente entrati nella maggiore età. – Ciò che li contraddistingue da sempre è semplice, – sostiene in una recente intervista Fernando Cattaneo, presidente dell’Associazione, – noi vinifichiamo essenzialmente uve coltivate in proprio. – Ne consegue che ciascun viticoltore vinificatore controlla l’intera filiera, dall’impianto del vigneto alla distribuzione sul mercato del prodotto finito. Il suo vino si caratterizza sotto ogni aspetto come un vino d’autore (ne abbiamo pertanto qui riprodotto il ritratto sull’etichetta).


Per illustrarne l’idea, avevamo allora coniato la divisa “L’arte di coltivare il vino”. L’arte, anzitutto, va intesa sia come specifica abilità tecnico-professionale (l’arte del vasaio, del cuoco, dell’orefice, per non dire delle opere d’arte contemplate dall’accezione estetica del termine), sia nell’originario senso di gilda o corporazione di mestiere (l’Arte dei Vinattieri all’epoca di Dante, per esempio). In termini attuali, sotto quest’ultimo profilo i viticoltori vinificatori costituiscono una sorta di dipartimento vitivinicolo con ampia ricaduta sui differenti settori di un territorio circoscritto: paesaggistico, ecologico, agroalimentare. Così è di fatto avvenuto a partire dai primi anni Ottanta, dopo il generale abbandono della terra che aveva contrassegnato il Cantone nel secondo dopoguerra, con i primi “pionieri” pervenuti in Ticino dal Politecnico di Zurigo e altre prestigiose scuole. Essi coltivarono un vino che, nel giro di una generazione, sarà assunto ai massimi gradi del prestigio internazionale.


Se la degustazione è una sorta di lettura (come suggerisce É. Peynaud), ciò implica che ogni vino è comparabile a un testo, e qui la metafora della nostra Enciclopedia si fa stringente. Partirei dalla bottiglia, su cui Michele Bagnoli mette l’accento (appositamente disegnata per l’occasione) e dall’etichetta e contro-etichetta che l’intestano. 

Nella precedente pubblicazione (2) mi richiamavo a Umberto Eco: un testo (ogni testo) è un messaggio nella bottiglia, lanciato da un naufrago e affidato alle onde del mare: spetta al lettore, ingenuo o esperto, il compito di decodificarlo (3).


 

Fabio Guindani

 

La bottiglia si presenta come un libro chiuso, dove l’etichetta fa da copertina (di norma: titolo/nome del vino, autore/produttore, genere letterario/tipo di vino e varietà di uve, edizione/luogo e anno di produzione); in “quarta di copertina”, la contro-etichetta ne esplica il contenuto: per conoscerlo, occorre aprirla (la bottiglia, come il libro). 

Tocca, a questo punto, al degustatore di decifrarne i segni, vale a dire di trasporne a parole il testo (Paolo Basso lo fa, intendiamoci, alla cieca, evitando di farsi suggestionare pregiudizialmente dall’etichetta).


Le schede di degustazione svolgono così il ruolo di introduzione critica al vero e proprio testo (che è il vino stesso, ovviamente). Esse guidano il profano (come lo chiama Peynaud) a decifrare gli ideogrammi olfattivo-papillari del linguaggio dei sensi, ma non possono sostituire una “lettura” in proprio. Come ogni lettore, c’è chi preferisce farsi orientare preliminarmente e chi, invece, verifica il suo autonomo giudizio ricorrendo solo da ultimo all’approccio critico dell’esperto. Comunque sia, l’essenziale sta altrove: esso risiede (direbbe Roland Barthes) nel piacere che ne ricava il lettore o bevitore (di quel vino o di quel testo).

 

Fabio Guindani 

 



(2) Associazione Viticoltori Vinificatori Ticinesi, L’arte di coltivare il vino, Locarno, Rezzonico Editore, 2009.

(3) Umberto Eco, Lector in fabula, Milano, Bompiani, 1979; I limiti dell’interpretazione, Milano, Bompiani, 1990; Sulla lettura, Milano, Bompiani, 2002. Eco si richiama con buona probabilità al romanzo di Jules Verne I figli del capitano Grant, dove un messaggio reperito a mare in una bottiglia (La veuve Cliquot), gravemente deteriorato dall’umidità e dalla salsedine, di errore in errore di interpretazione conduce i protagonisti a fare il giro del mondo lungo il 37° parallelo Sud.

 



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